Parole chiave: Risorgimento, Garibaldi, Mazzini. Ngrams e ricerca.

Aspettando la versione che possa “minare” i testi in italiano, osserviamo i risultati offerti dalla triangolazione di tre parole chiave, Risorgimento, Garibaldi e Mazzini tra il 1840 e il 1940 nelle seguenti lingue:

Tedesco, 1840-1940

Inglese americano, 1840-1940

Inglese britannico, 1840-1940

Francese, 1840-1940

Spagnolo, 1840-1940

La parola “Risorgimento” segue una traiettoria piuttosto simile in tutte le lingue: poco interesse fino all’inizio del novecento, quando compare in larga misura in testi di storia segno che, nell’ottocento, il termine “risorgimento” fosse poco usato al di là dei confini nazionali e del dibattito in lingua italiana.
Non stupisce l’alto numero di citazioni associato ai nomi di Garibaldi e Mazzini. In tutte le lingue l’interesse per i due protagonisti della lotta per l’indipendenza italiana è registrabile già dai primi anni ’40 dell’ottocento.
In ambito americano, si nota come fino alla metà degli anni cinquanta del diciannovesimo secolo il nome di Mazzini sia più citato di quello di Garibaldi, il quale però raggiunge e supera il genovese, prevedibilmente, dal 1860 in poi. La frequenza del nome Garibaldi registra un’impennata tra il 1907 e il 1911 in corrispondenza della pubblicazione dei volumi di Trevelyan sull’impresa dei mille e la vita del generale nizzardo (Garibaldi’s Defence of the Roman Republic, Garibaldi and the Thousand, Garibaldi and the Making of Italy).

L’analisi delle tre parole chiave in ambito britannico rivela poche sorprese, soprattutto per quanto riguarda la popolarità di Garibaldi a partire dal 1854 in poi. La stessa traiettoria è osservabile in francese, tedesco e spagnolo anche se le pubblicazioni in lingua tedesca sembrano, a tratti, preferire Mazzini a Garibaldi.
In generale, si può osservare che in queste tre lingue la popolarità di Garibaldi tende a calare dopo la prima decade del novecento, mentre quella di Mazzini, non raggiungendo mai i picchi di quella garibaldina, mantiene un andamento costante.
Tra il 1840 e il 1940 nessun riferimento in lingua cinese o russa, nel campione di libri digitizzato, viene fatto al Risorgimento, Garibaldi o Mazzini.

Ciò detto, che cosa facciamo con questa mole di dati? Possono veramente servire a descrivere, interpretare, analizzare, storicizzare un momento culturale, sociale e politico come quello risorgimentale? È divertente, certo, osservare le oscillazioni della presenza di certe “parole chiave” nella pubblicistica europea dell’otto-novecento; temo però che l’enorme quantità di dati a nostra disposizione possa fare perdere di vista uno degli aspetti più importanti della ricerca storica, ovvero il contesto e l’interpretazione. Ecco, forse, una delle sfide più importanti che il campo delle digital humanities si trova ad affrontare: riuscire a coniugare grafici e tabelle con l’analisi storica salvaguardando la densità dell’intepretazione.

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